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Paura della puntura? Basta non guardare per evitare il dolore

La vista dell’ago determina una maggiore attività del sistema nervoso autonomo, che riflette il fastidio della stimolazione.

Non guardare e non farà male. Uno studio, condotto da ricercatori del Charité- Universitätsmedizin di Berlino e dell’University Medical Center di Amburgo, attribuisce validità scientifica al consiglio che molti medici e infermieri spesso danno ai pazienti prima di fare un’iniezione: distogliere lo sguardo per non provare dolore o, se non altro, per attenuare la sensazione di fastidio. Le punture sono l’incubo dei bambini, ma anche molti adulti non gradiscono la vista dell’ago. «Tutti sappiamo, per esperienza, che un oggetto appuntito, se ci punge, fa male. Quindi, l’ago di una siringa rappresenta una potenziale minaccia. Ancor più, nel momento in cui si avvicina al nostro corpo per infilarsi nella pelle - commenta Marion Höfle, il coordinatore dello studio -. Per questo, guardare rende il dolore causato dall’iniezione più sgradevole: ne acuisce la percezione». Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista Pain, la vista dell’ago determina una maggiore attività del sistema nervoso autonomo, che riflette la spiacevolezza, percepita, della stimolazione dolorosa. Ma a quanto pare, anche la convinzione che l’iniezione sarà fastidiosa, maturata in base a precedenti esperienze, influenza la valutazione dell’intensità del dolore. In altri termini, se siamo convinti che la puntura ci farà molto male percepiremo effettivamente un fastidio maggiore. Questa scoperta, secondo i ricercatori, ha implicazioni pratiche per i medici. «Se prima di fare un’iniezione rincuorano i pazienti, assicurando che la puntura sarà lieve, possono per esempio mitigare la loro ansia» suggerisce il ricercatore tedesco.

 

L’ESPERIMENTO - Per misurare gli effetti, alla vista dell’ago, delle nostre aspettative e delle passate esperienze con prelievi e iniezioni, i ricercatori hanno effettuato dei test con 25 volontari. Hanno monitorato la valutazione del fastidio percepito e l’attività del loro sistema nervoso, mentre mostravano dei video in cui, rispettivamente, compariva solo una mano, una mano punta da un ago o toccata da un bastoncino. Lo schermo era posto sopra la mano dei partecipanti, in modo che avessero l'impressione che quella sul monitor fosse la loro. Contemporaneamente, inviavano degli stimoli elettrici intracutanei, a volte dolorosi a volte no. In effetti, i partecipanti hanno riferito di aver provato un dolore più intenso e sgradevole ogni volta che ricevevano la stimolazione elettrica in corrispondenza delle clip in cui l’ago penetrava nella mano. E in questi casi è stata registrata anche una maggiore attività del sistema nervoso autonomo, misurata attraverso la dilatazione delle pupille. Questo dimostra che la consapevolezza che il contatto con un oggetto appuntito sia più fastidioso rispetto al contatto con un oggetto non contundente incrementa la spiacevolezza del dolore percepito, indipendentemente dall’entità dallo stimolo.

ASPETTATIVE SITUAZIONALI - In una successiva fase sperimentale, i ricercatori hanno comunicato ai partecipanti che avrebbero ricevuto con maggiore probabilità stimoli elettrici dolorosi alla visione della mano punta dall’ago. Anche in questo caso, entrambi gli stimoli (dolorosi e non) sono stati percepiti più spiacevoli, e si è riscontrata una maggiore dilatazione delle pupille, alla vista dell’ago in azione. Questo suggerisce che le associazioni, apprese in precedenza, tra puntura dell’ago e sensazione dolorosa, modulano la componente affettivo-motivazionale del dolore. Prevedere, cioè, che in determinate circostanze il dolore sarà forte rende anche gli stimoli moderatamente dolorosi più fastidiosi. «Abbiamo così riscontrato che entrambi i fattori, le esperienze fatte nel corso della vita con oggetti appuntiti e le aspettative situazionali, influenzano reciprocamente la percezione di sgradevolezza» precisa Höfle. E questo significa che se riteniamo che un trattamento terapeutico sia molto doloroso, valuteremo più intenso il dolore che effettivamente l’intervento medico procura.

I CIRCUITI DEL DOLORE - Esiste dunque una correlazione fra le nostre esperienze passate, i sistemi visivi del cervello e quelli del dolore. Del resto il nostro cervello riceve contemporaneamente differenti informazioni attraverso la vista, l'udito, la pelle, gli organi. I processi di integrazione sensoriale, pertanto, sono alla base del nostro sistema percettivo. «Questi meccanismi fanno sì che le aree visive interagiscano con quelle del dolore – spiega Flavia Martini, ricercatrice all’Istituto di neuroscienze cognitive all’University College London –. La sensazione dolorosa, in ogni caso, è intrinsecamente affettiva: il dolore, cioè, è sempre accompagnato da un’esperienza emotiva, è dunque estremamente dipendente dal nostro stato mentale ed emotivo, che è il prodotto di ciò che siamo ora, e di ciò che siamo stati». Il dolore è una sensazione molto complessa. «Infatti, non è necessariamente legata alla presenza e all'intensità dello stimolo doloroso – precisa la neuroscienziata, che ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università Bicocca di Milano –. In altre parole, possiamo sentire dolore anche in assenza di una causa evidente e misurabile. Perché la sensazione dolorosa è frutto di complesse interazioni nel nostro sistema nervoso centrale, altamente modulabili, come mostra questo studio tedesco». Imparare a gestire il dolore però è possibile, proprio lavorando sulle aspettative e attraverso strategie cognitive. «Ovviamente le terapie differiscono in base alla condizione clinica, ma in molti casi distrarsi provoca sollievo» conclude.


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